Il numero di Paesi con strategie nazionali di prevenzione del suicidio, pur aumentato rispetto al 2014, anno della pubblicazione del primo rapporto globale dell’Oms sul suicidio, è ancora troppo modesto. Nonostante i progressi nei programmi di prevenzione, le frequenti azioni suicida richiedono uno sforzo di tutti i Paesi nella promozione di strategie di prevenzione all’interno dei programmi nazionali di educazione sanitaria.
Il 79% dei suicidi si registra nei Paesi a basso e medio reddito, ma è in quelli a reddito più alto che si rileva il tasso di suicidio più elevato: 11,5 ogni 100mila abitanti. Le percentuali del tasso di suicidio globale standardizzato per età (10,5 ogni 100mila abitanti nel 2016) non sono omogenee, variando da cinque morti a oltre 30 ogni 100mila abitanti. Il suicidio – si legge inoltre nel Comunicato – costituisce la seconda causa di morte dei giovani tra i 15 e i 29 anni, dopo gli incidenti stradali.
La correlazione tra suicidi e disordini mentali, in particolare la depressione e i disturbi legati all’abuso di alcool, è particolarmente significativa nei Paesi ad alto reddito. Molti suicidi sono dovuti alla difficoltà nell’affrontare momenti di stress determinati da problemi economici, dalla rottura di una relazione o da sofferenze prolungate causate da esperienze traumatizzanti come violenze, abusi, perdite o senso di isolamento. Il tasso di suicidio è molto alto anche tra le persone che patiscono esperienze discriminanti, come rifugiati, migranti, popolazioni indigene, comunità di Lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt) e carcerati.
Il 20% dei suicidi nel mondo avviene tramite l’auto-avvelenamento da pesticidi, la cui elevata tossicità determina un gran numero di casi di morte seguita a tentativi di suicidio. Molto comuni anche l’impiccagione e il ricorso ad armi da fuoco. La conoscenza dei metodi più ricorrenti è importante per escogitare strategie di prevenzione che già si sono dimostrate molto efficaci: tra queste, limitare le possibilità ai mezzi del suicidio. Nel caso dei pesticidi, un esempio significativo è il caso dello Sri Lanka, dove una serie di divieti ha portato a un calo dei suicidi del 70% e una stima di 93mila vite salvate tra il 1995 e il 2015.
Per far fronte al problema, l’Oms propone che ogni Paese si equipaggi di una strategia nazionale che preveda anzitutto la registrazione immediata del fenomeno e il suo monitoraggio costante: almeno un centinaio dei 183 Paesi membri dell'Oms sono chiamati a migliorare significativamente la qualità dei dati prodotti. Inoltre – secondo l’Oms – è importante intervenire con misure in grado di incidere sui vari determinanti della salute mentale delle persone, anzitutto attraverso l’educazione e il sostegno. Affinché vengano regolate politiche di misurazione, controllo e prevenzione del problema, è altresì necessario un forte coordinamento tra i diversi settori della società: sanitario, educativo, mediatico e lavorativo. Il fenomeno è complesso e trasversale in quanto connesso alla dimensione del benessere della persona e alla sua salute mentale, come indicato anche nel Target 3.4 dell’Obiettivo 3 dell’Agenda 2030 (entro il 2030, ridurre di un terzo la mortalità prematura da malattie non trasmissibili attraverso la prevenzione e la cura e promuovere la salute mentale e il benessere).